“Fai un programma che anche un idiota può usare, e soltanto un idiota vorrà usarlo”

Chiedo scusa per la ridondanza dei miei contenuti, chiedo scusa se a volte la rabbia mi esce dagli occhi, chiedo scusa se non sono malleabile. Chiedo scusa ai pochi che mi leggono e chiedo scusa a me stessa.

Mi devo delle scuse, perché la comunicazione persuasiva l’ho studiata, per un anno e con molto impegno.

E il problema è che ora riesco a vedere.

Quando poi vedi, arriva il punto in cui vorresti cavarti gli occhi.

A me la voglia di scrivere è un po’ passata, perché per me scrivere è soprattutto un modo di educare la mia rabbia, ma davanti a certe consapevolezze, quando ti guardi intorno e vedi solo manichini imbellettati che pendono dalle labbra di altri manichini imbellettati, diventa tutto troppo, per una sola penna.

Così la penna la poso, la rabbia straborda anche nella vita di tutti i giorni, perché mi sento sola e pesante, mentre milioni di bolle di sapone tutte uguali mi svolazzano davanti alla faccia.

Ho la nausea, mi viene da vomitare anche solo nel tentare di esprimerlo, il mio pensiero. Probabilmente, se fossi riuscita ad adattarmi alla comunicazione persuasiva, ci sarebbero milioni di persone qui a leggere ed io avrei ancora qualcosa da scrivere.

Invece no.

Invece poso la penna e mi dedico a scrivere solo codice.

Scrivo codice perché del mio codice sono responsabile e risponde esattamente ai miei comandi. Se riscontro un errore, sicuramente l’ho fatto io e devo tornare indietro, sanare le lacune che mi hanno portata a compierlo. Il codice non fa sconti, non ci sono attenuanti. Al codice non gliene fotte niente se sono bella, se sono ricca, se sono persuasiva, se sono incazzata, se sono troppo schietta: o fai le cose bene o non funziona un cazzo. Punto. E se non funziona un cazzo, non hai nessuno con cui prendertela. Che sia un errore di battitura o un concetto che non hai appreso abbastanza bene, al codice non interessa. Funzionerà solo se torni sui tuoi passi e trovi la falla.

Il codice non ha preconcetti, idolatrie, becere distrazioni. L’unico modo di fare le cose per bene è impegnarsi, mettersi in discussione, concentrarsi e mantenere il focus sull’obiettivo.

Questo modello è quello che ho sempre adottato nella mia vita, ma nella vita evidentemente non funziona come con il codice. Nella vita ad andare avanti sono i furbi, che se fanno un errore è sicuramente colpa di qualcun altro. Nella vita poche volte si torna indietro per correggere i propri bug, piuttosto ci si distrae comprandosi cosucce costose, facendo scrolling compulsivo sui social e andando a mangiare il sushino con gli amichetti leggeri, per essere incoerenti tutti insieme.

Nella vita puoi anche fare tutto per bene, ma su quello che verrà mandato a schermo, non hai il minimo controllo. Perché esiste il libero arbitrio, esiste la gente scema, la gente che, esattamente come la Ferragni coi pandori, ti rimanda zuccherini rosa finché gli servi e ti banna se rischi di rompere il suo precario equilibrio.

Perché ricorda: al nulla, niente fa più paura di chi riesce a vederlo per quel che (non) è.

E quello che nella vita mi porta ad essere un’eterna dannata, nel codice mi fa sentire nel posto giusto.

Voglio bene al codice anche quando mi fa arrabbiare, perché mi è perfettamente chiaro che, se mi arrabbio, a lui non gliene può fregar di meno. E questo lo dovrei applicare nella vita di tutti i giorni. Perché la mia morale mi fa entrare in contrasto con ogni ingiustizia, ogni incoerenza. Odio l’incoerenza, morirei di incoerenza! Ma non mi devo ammalare per il mondo, perché il mondo a malapena sa che esisto.

Di quello che succede tra lo schermo e la sedia posso avere il controllo, il mio contributo è indispensabile perché tutto funzioni. Nella vita invece, deve arrivare quel punto in cui imparerò a sbattermene il cazzo del prossimo. Devo allenare l’empatia, sì, devo imparare ad averne un po’ meno. Tanto “empatia” ormai è solo una parola vuota, della quale anche i peggio rettili amano riempirsi la bocca.

Devo soprassedere, se vedo gente che mette i mipiacini ai post contro la Ferragni e nel contempo la segue. Devo soprassedere se vedo un artista, ex indipendente, che ha fatto del pensiero critico la sua cifra, riempire i palazzetti con gente che canta i suoi testi come la scimmia ammaestrata che è non avendoci capito un cazzo. E anzi, sto pseudo pubblico di tutti, conduce una vita che, se per un’ora riuscisse a vedere che minchia campa a fare, se un minimo si affacciasse sul nulla cosmico che pervade il suo cuore pieno di salsa di soia, forse si piglierebbe a schiaffi da solo.

Ma sono una privilegiata in questo e devo imparare a vivermelo sto privilegio, invece di farlo diventare una condanna.

Molte delle persone che sento parlare di empatia, se provassero empatia anche un solo giorno, gli verrebbe un infarto. Così. Schiattati, morti… all’istante.

Anche se quasi tutto sembra perso, ci sono ancora gli occhi. Guardateli gli occhi di chi vi parla! Per quelli non c’è comunicazione persuasiva che tenga.

Forse sono proprio gli occhi, la nostra ultima speranza.

A.

Cover Art: Alex Grey

Title: Arthur Bloch

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