Fragile di fuoco e sabbia

Ed eccoci qui riuniti, cara pagina bianca…

Sai di cosa mi sto rendendo conto? Che più la routine che ti crei ti somiglia, più è difficile abitarla.

Mi spiego meglio: quando tutto ciò che ti è familiare è fuga, risulta estremamente complesso restare. E chi, come me, è abituato a vivere in costante stato di allarme, tende, anche nella quiete, a cercare di annebbiarsi, di alienarsi. Succede. Accade in automatico. E una volta via, ti rendi conto che stavi scappando da fantasmi morti, da parti di te che non ti servono più.

La sentiamo da sempre la frase: “Vai a prenderti quello che vuoi!”, ma tendiamo a viverla in modo passivo, come un iperbole, un concetto calcificato nelle possibilità remote.

Poi succede che ci vai, a prenderti quello che vuoi… e ti perdi.

In questa nuova routine che abito, non c’è spazio per i fantasmi e capita che, delle volte, sono io stessa ad invocarli.

Nella routine che abito, fatico a trovare un posto saldo per tutte quelle cose che mi hanno fatto da salvagente in passato: il bicchiere di vino di troppo, la scrittura, la rabbia, le passeggiate da sola con la musica Indie in un orecchio soltanto.

Mi sono sempre rifugiata nei dettagli più piccoli: il dondolio di una foglia quasi staccata dal ramo, i riflessi opachi a fior d’acqua, le gocce di pioggia sui vetri, le curve di fumo dell’incenso quasi finito, le pieghe sul cuscino, lo scricchiolio delle foglie sotto ai passi della gente, la sensazione del sole quando picchia solo sulla fronte, i palazzi riflessi nelle pozzanghere, le luci di Natale fuori stagione, le persone sole con le buste della spesa pesanti, gli universitari in cassa con un solo pomodoro, i bicchieri abbandonati della domenica mattina, le scritte sulle macchine innevate, sanguinare su un foglio. Tutto questo mi componeva, mi teneva viva. Tutto questo era il mio rifugio, quando tutto intorno io non esistevo. La mia casa la riconoscevo nei dettagli e sapevo abitarli, come se fossero il nascondiglio più caldo del mondo.

Ora che non mi devo più nascondere, sto disperatamente cercando un equilibrio tra quel rifugio e la vera casa che abito.

Ieri sera, parlando con G, constatavo che siamo finiti ad abitare in una casatta che sembra uscita da una fiaba e disponiamo di ogni fonte di calore possibile: stufa a pellet, camino e termocucina. Abbiamo tre fuochi, di diverse taglie e con diverse voci. E forse è per questo che non sappiamo più dove tenere al freddo il nostro freddo.

Tutto questo incipit, per arrivare al punto della questione: ci siamo sposati. Questi ultimi anni e in particolare gli ultimi mesi, ci sono serviti per disegnare. Abbiamo disegnato una casa, una vita, un progetto, un fuoco, un amore. E con tutta la fatica che questo ha comportato, siamo anche riusciti a sorridere davanti ad un pubblico e ad aprire uno spiraglio perché anche gli altri potessero ammirare ciò che abbiamo fatto. Solo noi conosciamo la stanchezza dell’ultimo periodo, i macigni ciclici che ci buttavamo o ci hanno buttato sulle spalle, a cadenza settimanale. Un grande esercizio di resistenza e di gentilezza. Ci sono stati periodi in cui abbiamo pianto, ragionato poco, sorriso per posa di fronte agli amici che venivano a farci visita, stretto i denti, sperando che arrivassero presto i primi giorni durante i quali avremmo potuto dedicarci solo a noi. Ci siamo trovati a ringraziare una bronchite.

Perché costruire, farlo davvero, comporta fatica, dedizione, impegno, focus e mille altre cose stancanti.

Ci siamo sposati con poca gente intorno, perché si trattava, fondamentalmente, di firmare un foglio. Chi ci conosce e ci vuole bene, anche se non c’era, sa perfettamente che, ogni giornata passata in nostra compagnia, è e sarà una piccola festa.

Comunque ho ritenuto giusto usare questa messa in scena come un palco. Ho indossato un vestito rosso e le scarpe dorate, ho scelto che ad accompagnarmi da G fosse il mio primo amore, quello con il quale ho imparato a camminare in una direzione diversa da quella scritta per me.

Perché ogni donna, alla nascita, si punge con uno spillo maledetto, intriso di sogni irrealizzati e inascoltati. Ogni donna, quando nasce, ha una strada prestabilita da seguire diligentemente, che lo sappia oppure no. E chi osa uscire dal binario, rompe il maleficio, ma se ne va in giro sanguinando.

Ed io ho sanguinato per anni, ma sono forte abbastanza per non farlo una vita intera.

Ho guardato più volte il mio ingresso in quella sala a lume di candela e non ho potuto fare a meno di notare che, in quel preciso istante, intorno a me ci fossero ben cinque uomini. Uomini con sguardi emozionati e timidi, che con piccoli cenni del capo, mi davano la forza di spostarmi la sedia e accomodarmi. Non mi stavano dando il permesso, ma la forza. Questo ci tengo a dirlo, perché io, che mi sono presa la responsabilità delle mie parti danneggiate, ho visto davanti a me cinque cavalieri.

Devo dire che nella mia vita, di merda ne ho vissuta tanta, ma è successo perché io stessa me ne andavo in giro grondando merda. Ora che ho stabilito i miei confini, so scegliermi gli alleati.

Quando stabilisci i tuoi confini, è un po’ difficile che qualcuno possa dirti cosa fare o cosa non fare, che qualcuno possa farti sentire “meno” in quanto donna. Personalmente, non indosso un reggiseno dal 2020 e non lo avevo neanche il giorno del mio matrimonio e se ritenessi di dover urlare a gran voce di avere il diritto di non indossarlo, a quel punto, l’unica che ancora non mi avrebbe dato il permesso per esistere come cazzo sono, sarei io stessa.

Perché dico questo? Perché io, il giorno delle mie nozze, sono stata LIBERA, come ho cercato di essere per tutta la mia vita e come sarò fino alla morte. Mi discrimineranno? Li batterò con l’astuzia. Mi giudicheranno? Lo farebbero in qualsiasi caso.

L’unico modo per essere liberi, secondo me, è creare i propri riti, inventare nuove tradizioni, abbattere i cliché, non uniformarsi nell’anticonformismo, ma cercare la propria unicità. Perché non siamo uomini, donne o X, ma siamo umani ed io sono “banalmente” Alessia e tu, sei banalmente tu. E se non sei abbastanza importante per te, difficilmente qualcuno ascolterà quello che stai urlando.

Tornando a quel giorno, per il mio ingresso ho scelto Marilù, di Achille Lauro. Nel mio immaginario, tutti sarebbero dovuti restare lì seduti, concentrati, ascoltare le parole, capire ed attendere trepidanti la mia venuta. Invece, una volta arrivata davanti al municipio, ho trovato tutti ammucchiati davanti alla porta a far salotto e per entrare con un minimo di phatos, ho dovuto buttare due “Ou!” in dolby surround, di quelli che impari quando a 20 anni vivi in Barriera di Milano. Questo per dire cosa? Rivalsa e legittimazione sono concetti intimi e personali, cose che devono radicare nel profondo. Ma devono farlo in te… non aspettarti mai che gli altri capiscano.

E questa non è una lezione di vita per te, ma è un ringraziamento da me a me. Perché in base a due calcoli: modello d’amore imparato dall’esempio + zero aiuti per emanciparsi e trovare una strada + iper responsabilizzazione in età infantile + solitudine e invisibilità croniche, il risultato doveva essere zero.

Io invece, anziché addizionare, ho sottratto. Sottraendo così tanto da voler sottrarre persino la vita stessa, ad un certo punto. Mi è crollato sotto ai piedi il terreno, ho vissuto anni sotto lo zero. Ma poi da quello zero sono riuscita a ripartire, iniziando ad aggiungere, piano piano, quello che desideravo per me. Arrivando ad addizionare persino il perdono.

Adesso brilla il sole. In tutti i sensi. Sto cercando di indossare le scarpe giuste per iniziare a camminare dolcemente su questa meravigliosa e nuova routine.

Qualche giorno fa, mi sono resa conto che quasi non abbiamo foto del matrimonio. Molti dettagli, bassa qualità, di noi due poco o niente. La cosa, sul momento, mi ha resa triste e mi sono anche un po’ maledetta, quando ho scoperto che una luce che doveva essere accesa fosse stata in realtà spenta e altri dettagli stupidi dei quali non mi ero accorta, perché impegnata ad infartare per l’emozione.

Adesso penso che in fondo vada bene così. Abbiamo cantato, abbiamo riso, ci siamo emozionati, ci siamo ubriacati. Quello che nella memoria dovrà restare, resterà. Tutto il resto si dilaterà come colore su una tela e, giorno dopo giorno, contribuirà a rendere più vivide le sfumature delle nostre ombre.

Di cosa mi lamento? Ho la fortuna di poterle scrivere le fotografie.

C’è G con il cappello dell’acchiappo che mi legge un importantissimo capitolo di un importantissimo libro ed io, che sono ormai troppo ubriaca, sto usando tutta la mia lucidità residua per mantenere i muscoli facciali al proprio posto.

Durante il nostro primo ballo ci picchiamo e tutti stanno pensando che lo abbiamo preparato… e invece no.

Mio papà canta.

Mia sorella decora la sala del municipio con candele, pigne e foglie.

E’ l’alba e le persone che si sono fermate qui per la notte, sono sveglie a chiacchierare, anche se non si conoscevano prima, anche senza di noi.

La colazione con toast e prosecco.

La candela al Patchouli.

Emiliano che si fa le sopracciglia.

Amici e pizza a pranzo.

Un ragazzo in bicicletta.

Moka che pigola nei momenti giusti.

Il bouquet extra.

Lo spazio di un abbraccio che si è concesso per un giorno, da qualche spiraglio, per qualche riga,

ma che appartiene solo a noi.

E ti auguro un amore che non sai esprimere a parole.

Per tua madre era un figlio di puttana.
Sì, per lei dovevi avere di più.
E poi cosa vuol dire essere mamma,
adesso l’hai capito anche tu.
Tua nonna ha il suo maglione a righe e lana,
bambina, sì, ma solo per un po’.
E ti truccavi, ma uscita di casa,
tirandoti la gonna un po’ più su.

Ma sei così.
Sì, così libera.
Un sogno, l’America.
Sì, ma tu sei così.
Così lunatica
che vuoi chi non merita.
Non merita.
Ma sei così,
un’attrice comica,
la bomba atomica.
Sì, ma tu sei così
In fiamme, sei Notre-Dame.
Alla Scala, l’Opera.
Una notte a Pigalle (Sei così)
Una notte a Pigalle (Sei così, così)

Per tuo padre eri piccola e impacciata,
ricordi ti chiamava “Marilù”.
Lui ti voleva sotto una campana,
ma hai sempre in fondo poi deciso tu.
Per gli altri era solo un nome d’arte
e con chi giocare lo sceglievi tu.
Quei giocattoli poi messi da parte
perché il sesso poi non ti bastava più.

Lunatica luna stanotte ti guarda.
Sai, ti vedo fragile, di fuoco e sabbia.
Nessuno ti appoggerà l’orecchio sulla pancia,
lui era proprio come ti diceva mamma.
Cos’è la vita se non imparare a vivere la vita?
Oh, no, no, no, se non imparare a vivere la vita?
Mia Marilù, ora che hai imparato a vivere la vita.

Love,

A.

2 Comments

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *