Hai mai visto il tuo fantasma?

Te lo chiedo perché a me è successo lo scorso sabato, mentre percorrevo da sola la strada che porta dalla casa dove ho vissuto negli ultimi quattro anni a quella dove sono cresciuta, consapevole che non vivrò mai più in nessuna delle due e nemmeno nella stessa città.

E so che a scrivere farò una fatica immane, perché questo è uno di quei concetti che per vomitarlo per bene avrei bisogno di almeno una bottiglia di vino, della notte e di quella profonda disperazione che non ho più. Invece è pomeriggio e di vino mi sono obbligata a concedermene un bicchiere soltanto.

Dovrei accompagnarti per mano nei miei passi di quel giorno, farti ascoltare lo scricchiolio della ghiaia sotto alle mie Fila, mostrarti ogni luccichio obliquo del sole specchiato su quel fiume che mi scorre nelle vene, farti provare l’improvviso spegnimento di un’anima sempre in tempesta.

Ora che cammini con me, guarda! Quella sono io a dieci anni e accanto a me c’è Silver, il mio fratello Husky, che mi trascina verso il Po perchè vuole tuffarsi, o forse sta puntando qualche cagna in calore. Aspetta, guarda laggiù! Quella sono io a tre anni e accanto a me c’è mia nonna che sta componendo un piccolo mazzo di fiori da portarsi a casa, lo faceva spesso. Laggiù invece ci sono io, con Moka, la mia bassotta, che mi osserva perplessa mentre piango con una birra in mano. E mille altre me e Moka puntellano questa lingua d’asfalto.

Moka, proprio lei, la custode del mio nuovo tempo, che mi ha obbligata al sole quando la notte mi aveva avvolta nel suo bozzolo. Moka, che oggi, intorno agli occhi, ha i primi peli bianchi.

Lo tocchi il tempo adesso? Tutte queste me che osservi, dove andranno ad abitare?

Riesci a capire quanto possa avvicinare alla morte la felicità?

Perché ora sono felice, lo sono tremendamente e se lo sono è perché quando la notte mi chiedeva di sparire, io rispondevo sognando. Sognando quello che ora ho e che, diventando reale, ha gettato una lastra di candido marmo su tantissime versioni di me.

“Quelle versioni di te le porterai dentro!” Mi dirai.

Certo, in qualche modo sì, ma la verità è che tante Alessie sono morte per darmi la vita.

Io, che sono cresciuta fondamentalmente sullo stesso quadratino, della stessa città, per 38 lunghi anni e che dentro a quel recinto ho creato un mondo dove rifugiarmi dalla disillusione che mi passeggiava accanto ogni giorno.

Pensi di essere disillusione?

La disillusione della quale parlo è il fottuto pensiero di non dover morire mai, a volte travestito da romanticizzazione del proprio dolore, a volte travestito da ultimo modello di iPhone, a volte travestito dalla casa che la mamma ti ha comprato ad un’isolato dalla sua, dove vive con tuo padre al quale nemmeno rivolge la parola.

La mia condanna è sempre stata essere la via di mezzo, tra la gente che sapeva tutto.

Ed io non ho mai saputo un cazzo, ma ho sentito… oh se ho sentito!

E anche ora sento. Ci sei ancora? Dobbiamo girare l’angolo.

Guarda lì! Quel negozio di vestiti ha una svendita per chiusura attività da almeno vent’anni!

Ironico, no?

Chi non riesce a vendersi e nemmeno a comprarsi, alla fine si svende alla vana speranza.

Ancora qualche passo e sarò arrivata e una volta aperto quel portone, sarà l’ultima volta di tante ultime volte. Vedo l’asfalto complice osservarmi sfilare via e congedarmi con un leggero gesto del capo. Mi dice che approva la mia scelta, ama le mie valli, le vede dal basso ogni giorno è un po’ invidia l’aria fresca. Mi dice che starò bene lassù e che comunque qui uno spazio fisso per me non c’è più, ma potrò tornare ogni volta che vorrò.

Salgo le scale e mi vedo. Mi vedo scivolare giù col culo per colpa della suola liscia delle infradito, salire le scale ubriaca, scendere a notte fonda per andare a lavorare, aspettare che rientri la zia dal turno di notte per addormentarmi. Tante età, tanti sorrisi perduti, un timelapse di anni e stagioni.

Non sarò così lontana, è vero. Ma ora sono consapevole che alla morte di ogni giorno e ad ogni traguardo, starò morendo un po’ anche io. E non lo avevo mai visto così chiaramente.

Sono arrivata al piano e Moka sta abbaiando perché mi ha sentita salire. Eccola! La Mole! Sento le voci provenire da casa ed io sono ancora in balia dei fantasmi, come farò ad indossare la mia faccia adesso?

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